2/05/2016

adozione del figlio del partner



Ogni tanto bisogna ribadire un' ovvietà che alcuni tardano a recepire, crescere in una famiglia, omo, etero, con un genitore, non comporta alcuno squilibrio, se non è presente nell' elemento della famiglia a prescindere dal tipo di unione. 

Riporto l' articolo del il ilpost.it sugli studi che certificherebbero una non correlazione tra disagi che possono nascere in un nucleo famigliare e il sesso degli stessi (non trovo più la pagina lascio per correttezza la Home).

Sono circolati in questi giorni tra i giornali le dichiarazioni del Presidente della Società Italiana Pediatria che ventila  «possibili danni ai figli»
delle coppie omogenitoriali. 
Il Giornale e Repubblica le riportano come se fossero condivise dagli associati del suddetto rappresentante Corsello Giovanni, che in verità leggendo in maniera più approfondita e dopo essere stato contattato dalla redazione di Repubblica chiarisce la sua posizione, come assolutamente personale e non scientifica. 

Intanto si è buttato il sasso nello stagno per intorbidire le acque.  

Ha chiarito che parlando di situazioni disagevoli si riferiva alla percezione della diversità con i propri coetanei. Vorrei ricordare al dottore che la percezione della non omologazione non riguarda il soggetto che ne è attore e vittima, ma dall' educazione che viene impartita da coloro che discriminano e dalla loro esperienza di vita.

Seguendo il filo logico del signor Corsello avremo potuto dire la stessa cosa dei figli dei divorziati fino a pochi decenni addietro, oppure delle ragazze madri che ancora oggi vengono additate come "zoccole" la cui prole era considerata di serie B, perché mancante del padre e con genitrice di facili costumi.

Onde evitare traumi al nascituro non teniamo conto che le percezioni cambiano e che le società né evolvono né involvono, cambiano e si adattano, che a noi piaccia o meno. Il resto è solo personalismo.

Altrimenti sai che facciamo? Reinseriamo il diritto d' onore, il matrimonio riparatore e aboliamo il divorzio. Così evitiamo certi inconvenienti.

La questione delle adozioni della prole del compagno/gna della coppia, non è sanitaria o naturale, è semplicemente una scelta Politica, nel senso più alto del termine, riguarda lo Società e come si vuole che sia strutturata, è ingannevole sventolare false considerazioni pseudomediche per far valere il proprio punto di vista.







La New Yorker Columbia University ha analizzato lo sviluppo dei figli nelle famiglie gay: su 77 studi accademici internazionali considerati in base a una serie di criteri, 73 hanno concluso che i figli di coppie omosessuali non si sviluppano in maniera diversa dai bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. I 4 studi rimanenti non sarebbero attendibili perché hanno preso in considerazione casi di bambini di genitori separati.

73 su 77

Nel presentare il proprio resoconto, la New Yorker Columbia University spiega che gli studi inclusi sono stati selezionati da uno staff della Columbia Law School con il contributo di esperti in materia, accademici provenienti dalle università di tutti gli Stati Uniti e dall’estero e sotto la supervisione di un consiglio di consulenti. I criteri per la selezione sono stati molto rigidi e basati su credibilità, rilevanza e utilità. Tutti gli studi dovevano essere peer-reviewed (valutati cioè da specialisti del settore), essere stati pubblicati su una rivista scientifica e direttamente rilevanti per la questione considerata. L’obiettivo di questo resoconto non era scegliere le ricerche che condividono o hanno in comune una particolare posizione o teoria, ma includere la più ampia gamma di ricerche accademiche in modo da farsi un’idea generale dello stato attuale delle conoscenze degli studiosi su un dato argomento. Le conclusioni del resoconto, infine, non portano necessariamente a nuovi risultati, ma possono rafforzare le conoscenze esistenti e consolidare quello che questi studi precedenti hanno già dimostrato.
Dei 77 studi accademici sull’omogenitorialità presi in considerazione, il più vecchio è del 1980, altri 9 risalgono agli anni Ottanta, 12 agli anni Novanta e i restanti 55 sono stati fatti dopo il 2000. Di questi ultimi, quattro sono stati fatti nel 2015. Alcune delle ricerche si basano su metodi statistici (quando il campione studiato viene scelto con metodi statistici), molte altre sul cosiddetto “campionamento di convenienza” talvolta accusato di distorsione perché non offre a tutte le unità della popolazione la stessa possibilità di entrare a far parte del campione e di non essere quindi rappresentativo della popolazione reale. La New Yorker Columbia University dice però che il “campionamento di convenienza”, soprattutto nel campo degli studi sociologici e di psicologia sociale, non è considerato un metodo difettoso, ma semplicemente un metodo con dei limiti di generalizzabilità che vanno tenuti in conto. Al contrario, però, il “campionamento di convenienza” può avere dei vantaggi perché i ricercatori possono seguire direttamente gli individui che fanno parte dello studio e possono notare cambiamenti e dettagli anche di piccola portata, che sfuggirebbero in uno studio statistico più ampio.
Su 77 studi, 73 hanno concluso che i figli di coppie omosessuali non si sviluppano in maniera diversa dai bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Nel presentare il proprio resoconto sulle ricerche la New Yorker Columbia University scrive dunque che «nel loro insieme» queste ricerche formano «un consenso accademico schiacciante sul fatto che avere un genitore gay o una genitrice lesbica non danneggi i bambini».

Qualche esempio

Una delle ricerche considerate è stata condotta in Italia da Roberto Baiocco professore associato alla facoltà di medicina e psicologia della Sapienza di Roma insieme ad altri ricercatori. Baiocco ha preso in considerazione 40 famiglie composte da genitori dello stesso sesso e 40 famiglie composte da genitori eterosessuali nel contesto italiano. E dice:
«La letteratura sottolinea che le famiglie con madri lesbiche e padri gay sono simili a quelle composte da genitori eterosessuali, per quanto riguarda il funzionamento della famiglia, la soddisfazione diadica (che valuta il grado di felicità o infelicità percepito, ndr) e lo sviluppo del bambino. (…) I dati raccolti in questo studio hanno dimostrato che i bambini cresciuti da genitori gay e lesbiche hanno mostrato un livello di regolazione delle emozioni e di benessere psicologico simile a quello dei bambini cresciuti da genitori eterosessuali. In Italia, persistono atteggiamenti negativi nei confronti delle famiglie dello stesso sesso e dovrebbero essere sviluppati programmi educativi per decostruire gli stereotipi riguardanti gay e lesbiche».
Nel resoconto della New Yorker Columbia University è stata inserita anche una vasta ricerca australiana del 2014 secondo la quale i figli e le figlie di genitori dello stesso sesso hanno un maggior stato di salute e benessere rispetto alla media dei loro coetanei. Lo studio è stato condotto a partire dal 2012 da un gruppo di ricercatori dell’università di Melbourne su 315 genitori (80 per cento donne, 18 per cento uomini e 2 per cento di altro genere) e su 500 bambini tra zero e diciassette anni, con l’obiettivo di misurare il loro stato di salute, ossia il loro benessere fisico, mentale e sociale. Lo studio si basa sulla definizione di “salute” data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, intesa non semplicemente come “assenza di malattia o infermità” e si basa sui risultati delle relazioni fornite volontariamente da alcuni genitori.
Gli indicatori utilizzati per i questionari avevano a che fare con autostima, emotività, tempo trascorso con i genitori, stato di salute e coesione familiare. In particolare i risultati mostrano che i bambini cresciuti in una same-sex family ottengono i punteggi più alti (del 6 per cento superiori a quelli della popolazione in generale) per quanto riguarda la salute e la coesione familiare. Questo avviene soprattutto perché i genitori dello stesso sesso sfuggono ai cosiddetti ruoli di genere, per cui tradizionalmente la donna resta a casa a prendersi cura dei bambini e il padre esce dalla casa per lavorare e mantenere la famiglia. In una coppia dello stesso sesso c’è più libertà rispetto gli stereotipi di genere e i ruoli si adattano maggiormente ai desideri e alla propensione dei singoli, maschi o femmine che siano.
Lo studio ha poi analizzato la “salute” di questi bambini in relazione alle discriminazioni a cui sono sottoposti durante lo sviluppo, che vanno dai commenti alle prese in giro, dal bullismo all’omofobia fino al rifiuto. Più è forte la stigmatizzazione (che riguarda due bambini su tre) più questa influisce negativamente su quei dati di salute e benessere; ma comunque non influisce abbastanza da modificare il risultato finale sul confronto con la popolazione in generale. Secondo il report pubblicato durante lo studio, a causa della situazione in cui si trovano, questi bambini hanno un maggior desiderio di comunicare e affrontare con i loro genitori quello che subiscono. E il modo in cui le discriminazioni vengono affrontate in famiglia ha su di loro effetti positivi: favorisce la loro apertura mentale, rafforza il loro carattere e anche il loro legame con i genitori.
Un altro studio è stato condotto dal Research Institute of Child Development and Education dell’Università di Amsterdam in collaborazione con il Williams Institute dell’Università della California e si occupa dei figli e delle figlie adolescenti delle coppie lesbiche olandesi sostenendo che i loro eventuali problemi in età adolescenziale non sono dovuti alla tipologia della famiglia in cui sono cresciuti e cresciute, ma alla stigmatizzazione sociale della loro condizione. La ricerca ha messo a confronto 67 adolescenti olandesi (36 femmine e 31 maschi) con un’età media di poco più di 16 anni cresciuti con coppie lesbiche fin dalla nascita con altrettanti adolescenti cresciuti con coppie eterosessuali.
I dati fanno parte di una ricerca più ampia e sono stati raccolti a partire dal 2000 in tre diverse fasi, quando cioè i bambini avevano un’età media di 5,8 anni, 9,9 anni e 16,6 anni. L’attuale studio si è concentrato principalmente sui dati dell’ultima fase. Il 93 per cento degli adolescenti considerati sono stati cresciuti da madri lesbiche nel contesto sociale e culturale olandese e con almeno una delle due madri con un livello alto di istruzione. L’81 per cento delle coppie di madri degli adolescenti intervistati erano ancora insieme, e il restante 19 per cento si era invece separata.
I parametri considerati avevano a che fare con problemi di interiorizzazione e problemi comportamentali esternalizzati: per esempio è stato chiesto agli adolescenti e alle loro madri di assegnare un punteggio ad affermazioni quali “preferisco stare da solo piuttosto che con gli altri” o “mi sento in colpa” accanto a frasi quali “urlano molto”, “infrangono le regole a casa, a scuola, o altrove”, “hanno molti conflitti” e così via.
I risultati contestano una serie di stereotipi legati alla crescita, alla salute e al benessere dei bambini cresciuti in famiglie in questo caso lesbiche e cioè la paura che lo sviluppo dell’identità sessuale dei bambini sia danneggiato dall’avere genitori omosessuali, la paura riguardo lo sviluppo della personalità in generale con maggiore fragilità psichica, la paura di maggiori difficoltà di stringere relazioni. I dati mostrano invece che disturbi comportamentali, psicologici e di scarsa integrazione sociale (i disturbi della cosiddetta Minority Stress Theory) sarebbero presenti in entrambe le tipologie di famiglia senza differenze rilevanti.
I maggiori problemi comportamentali di adolescenti figli di coppie lesbiche risultano invece dal rapporto con ambienti sociali inospitali: «la stigmatizzazione omofoba è l’attitudine negativa che individui, gruppi o comunità hanno nei confronti dell’identità o del comportamento non eterosessuale e la discriminazione che accompagna questa attitudine». Dunque, più si sono dimostrate forti le discriminazioni a cui questi bambini sono stati sottoposti durante lo sviluppo (dai commenti alle prese in giro, dal bullismo all’omofobia fino al rifiuto) più sono i problemi dimostrati: sarebbero le stigmatizzazioni e non l’orientamento sessuale dei genitori ad aver influito in modo negativo, ma non abbastanza almeno nel contesto olandese da modificare il risultato finale sul confronto con le cosiddette famiglie tradizionali. Risultato che non permette di superare i problemi degli adolescenti che si trovino in simili contesti, ma indica che la soluzione è nel proseguimento della crescita e dell’adeguamento culturale delle comunità a questo genere di famiglie, che passa innanzitutto per l’attribuzione alle stesse di famiglie di identiche condizioni e diritti.
Tra gli studi condotti non con un “campionamento di convenienza” ma con un metodo statistico c’è ad esempio quello fatto nel 2010 dal ricercatore della Stanford University Michael Rosenfeld che ha utilizzato i dati del censimento del 2000 negli Stati Uniti per esaminare la situazione scolastica di 3.500 bambini cresciuti con genitori dello stesso sesso. I risultati mostrano che non ci sono differenze significative nel progresso scolastico tra bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali e bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Le coppie eterosessuali sposate sono la tipologia di famiglia i cui figli hanno i tassi più bassi di bocciatura, ma il vantaggio, dimostra il ricercatore, è in gran parte dovuto a una condizione socio-economica più elevata. In generale, poi, la resa scolastica dei bambini cresciuti in una famiglia (comprese quelle omogenitoriali) è più alta rispetto a quella dei bambini che vivono negli orfanotrofi.

Gli altri

I quattro studi che non sono arrivati alle conclusioni degli altri 73 non sono stati giudicati affidabili per valutare la crescita di un bambino in una famiglia omogenitoriale: le ricerche hanno infatti preso in considerazione casi di coppie eterosessuali che hanno cresciuto i loro figli per un periodo di tempo, ma che poi sono entrate in crisi a causa della dichiarata omosessualità di uno dei due genitori che o ha lasciato la famiglia o ha avuto una relazione con una persona del suo stesso sesso. Il risultato è dunque quello di una famiglia che ha sopportato uno stress e spesso una separazione. Alcuni di questi bambini sono stati però inseriti negli studi come se fossero stati «cresciuti da genitori dello stesso sesso»: ma questo, dice la New Yorker Columbia University, è «fuorviante» e «impreciso» dal momento che questi bambini sono stati generalmente allevati da famiglie di sesso opposto e solo più tardi, dopo una separazione, hanno vissuto in famiglie omogenitoriali o con un genitore omosessuale.

ha approfondito il suo discorso parlando di situazioni disagevoli percependo la diversità con i propri coetanei. Vorrei ricordare al dottore che la percezione della non omologazione non riguarda il soggetto che ne è attore e vittima, ma dall' educazione che viene impartita da coloro che discriminano e dalla loro esperienza di vita.








2 commenti:

  1. in soldoni i bacchettoni ed i politici sono quelli che predicano bene e razzolano male...!! voler bene l'amore e l'affetto come la dolcezza la delicatezza la tranquillità e tutte le altre positive qualità fan parte della indole umana si hanno o non si hanno viva la tolleranza e abbasso i pregiudizi dobbiamo viver sereni!!! grazie baci baci baci....scusami vado fuori dal seminato...ma tu potresti farmi da maestro se io volessi provare ad approcciare al bondage...!?

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    1. Sei più una maialina non mascherata... :-) a parte gli scherzi ti posso consigliare Ropeas Andrea, a Bologna. Un buon maestro.

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