Si
racconta che nel III secolo a.C. il filosofo taoista cinese Chuang Tsu
stesse camminando insieme a un altro filosofo, Hui Shi, su un ponte sul
fiume Hao. Rivolgendosi all' amico, Chuang Tsu disse: "Quei pesciolini
nuotano felicemente in armonia con la corrente andando dove essa li
porta. Questa è la felicità del pesce".
L' altro rispose:
"Tu non sei un pesce! Come fai a parlare della loro felicità?", e Chuang
Tsu: "Tu non sei me. Come fai a sapere che io non conosco la felicità
dei pesci?". L' altro: "E' vero, io non sono te, ma certamente non sei
un pesce e quindi non puoi sapere della loro felicità". Chuang Tsu
replicò: "Torniamo un attimo alla prima domanda. Tu mi hai chiesto come
faccio a sapere della felicità del pesce e siccome questa domanda
presuppone il fatto che tu sapessi che lo sapevo, io ti rispondo che lo
devo aver capito da qui, dal fatto che sto camminando vicino al fiume."
Di fronte a questo scambio di battute possiamo dire che da un punto di
vista strettamente razionale Hui Shi esce vincitore, ma dobbiamo anche
riconoscere che è la posizione dell' altro filosofo a essere
esteticamente più convincente. Infatti
percepire nell' antica
Cina voleva dire essere in armonia, sentire profondamente anche e
soprattutto ciò che non ha voce, come appunto i pesci o le rocce.
(scritto da Valerio Giovannini per Il Grandevetro n 121)
Pur
non essendo mai stato per indole uno slave posso dire di aver percepito
quello che provavano e mai ho trovato in un libro una descrizione tanto
precisa, coinvolgente, chiara e condivisibile di cosa prova una slave,
come in
Hotel Iris di Yoko Ogawa, di cui riporto uno stralcio :
"Gradini
di cemento incrostati di conchiglie conducevano all' entrata.
"Attenta!" mi aveva urlato tenendomi la mano. Le punte dei piedi nelle
scarpe di pelle troppo strette mi facevano un male insopportabile.
Ma
non era quello il vero dolore. Nemmeno mi aveva sfiorato il pensiero
che la stessa mano, che adesso mi sosteneva, perché non inciampassi, mi
avrebbe poi amata a quel modo....
Sapeva essere violento senza
perdere eleganza; anzi quanto più mi precipitava nella vergogna, tanto
più i modi si facevano raffinati....Mi leccai il sudore del viso
allungando la lingua più che potevo, tendendo i muscoli del collo fino a
provocarmi un conato di vomito. I punti che nemmeno così raggiungevo
li sfregai contro un tappeto. I peli mi pungevano la faccia...Carponi
com'ero mi diressi verso la camera da letto. Arrivata davanti all'
armadio sollevai il busto per aprirlo, ma una pedata mi ricaccio giù.
"Quante volte devo ripetertelo? Senza mani, ho detto".
Che
vergogna! Come avevo potuto ricadere in quell' errore dopo che aveva
insistito tanto? Non dovevo avere mani. Non le avevo mai avute da che
ero nata."
OLTRE IL LIBRO
Non
è solo la presentazione di un libro ad interessarmi, cosa che ho fatto
per tutta l' estate recensendone diversi, ma mi è di aiuto per inquadrare un argomento
poco esposto e di difficile trattazione. Il dolore che può provocare una
(uno) slave.
Per cui il consiglio è di leggere il libro e poi tornare al post, al limite, anche se cercherò di non svelare troppo da qui in poi.