10/06/2014

la violenza di genere, interventi oltre la punizione.



Premesso che esistono molte forme di violenza voglio concentrarmi oggi su di un tema spesso trattato, la violenza di genere, vista dal punto non della cronaca o come fatto di costume ma come intervento per comprenderla e modificarla.

Quello che riporto è un estratto di un articolo della rivista psicologia contemporanea n. 245 del 2014, consigliando di acquistarlo e di leggere a fondo per un'analisi più approfondita.

L' articolo a cura di:

MONALINI SILVIA

VASARI DANIELE


Chi sono gli uomini violenti? Sono comportamenti che, in forme diverse, ritroviamo in noi stessi e nei nostri pazienti in tutte le fasce di età, che ci spingono ad interrogarci sulla violenza come dimensione trasversale dell' essere umano.

Le azioni politiche e sociali contro la violenza sono prevalentemente orientate, da un lato, alla protezione della vittima, come ad esempio i centri di accoglienza, dall' altro alla condanna del reo, con il progressivo inasprimento delle sanzioni penali. Nel sistema giuridico italiano c'è un graduale cambiamento nella modalità di considerare l'azione violenta dell' uomo sulla donna, che fino a qualche decennio fa era oggetta ad una giustificazione nei suoi connotati aggressivi. Come nel caso del delitto d'onore.

Solo negli ultimi anni è emersa l'esigenza di poter sfruttare percorsi terapeutici rivolti ad autori di comportamenti maltrattanti, nell' ottica non solo di punire e castigare, ma di stimolare e sostenere un cambiamento. Dal 2009, anno dell' apertura a Firenze del primo centro italiano rivolto al trattamento di autori di violenza famigliare, si sono moltiplicate le esperienze di chi sia nel pubblico che nel privato ha posto in essere o sta progettando simili percorsi di cura.

Nella nostra pratica clinica abbiamo tratto ispirazione da alcuni esempi europei di trattamento( esempio, il Centro ATV di Oslo fondato nel 1987) coniugando il sapere altrui con ricerche e pratiche professionali di tipo individuale.

Un primo livello di intervento, ci si prefigge di stimolare di stimolare nel paziente consapevolezza e responsabilità in merito al suo comportamento aggressivo, poi di favorire il blocco immediato delle azioni violente. Sono noti per chi lavora nel settore alcuni meccanismi difensivi che poi si utilizzano per porre le azioni violente fuori di sé:


  • negandolo( non è vero niente, mia moglie si inventa tutto...)
  • svalutandolo( le ho solo dato una spinta, le hanno dato una prognosi di pochi giorni, non è niente di grave...)
  • esternalizzandolo ( è colpa sua, lei sa che sono un tipo nervoso e continua a provocare...)
A volte in paziente si deresponsabilizza rispetto al proprio comportamento violento descrivendolo come espressione di furia cieca e quindi non controllabile, ineluttabile. Non sono semplici bugie ma stratagemmi a volte inconsapevoli con cui si difende da stati di angoscia e dalla vergogna per quel che ha commesso.

Il terapeuta dovrà in maniera graduale scalfire quelle difese, con l' obiettivo di accompagnare l'uomo ad una presa di coscienza dei propri comportamenti aggressivi. Nel caso per esempio di chi colpisce per un "raptus" di gelosia", potrebbe emergere attraverso attenta analisi che il paziente ha scelto di non picchiarla di fronte agli amici al bar, m solo dopo, nell' ambiente domestico, il paziente stesso riconoscerebbe che l' azione violenta non era fuori controllo ma sotto l'effetto di un pensiero razionale che ha permesso di posticiparla:

"la picchio ma non con altri presenti".

Non essendo ancora in grado di attivare modalità relazionali funzionali il paziente può apprendere alcune semplici tecniche di gestione dell' aggressività, come ad esempio il "time out" tecnica in cui si educa a lasciare la stanza dove è in atto il litigio quando avverte che la sua attivazione fisiologica è al limite del rischio.

Nel secondo livello d' intervento il clinico accompagna il paziente ad un' esplorazione del significato della violenza nel suo funzionamento psichico. Da un lato l'esplorazione della storia di vita personale alla ricerca di possibili eventi traumatici o l'aver subito comportamenti di maltrattamento e trascuratezza dell' infanzia, mentre dall' altro lato si esplorano i modelli culturali di genere che possono avere un ruolo fondamentale nella visione della coppia, come una concezione patriarcale della famiglia.

I pazienti che agiscono con comportamenti violenti spesso ci hanno sorpreso per la scarsa consapevolezza della loro dimensione emotiva. La rabbia viene solitamente riconosciuta, ma risulta molto più difficile nominare la tristezza, la paura, il dolore che spesso si intrecciano ad essa. A volte il limite si spiega nella storia individuale...

Possiamo dire che i percorsi di protezione delle vittime e gli interventi afflittivi del reo, pur indispensabili, non sono da soli sufficienti.

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Monauni Silvia: psicologa e psicoterapeuta presso L'Ausl di Reggio Emilia, Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche. Docente in convenzione presso l' Università di Modena e Reggio Emilia.

Vasari Daniele: psicologo e psicoterapeuta, specialista ambulatoriale per il Dipartimento di Salute Mentale, Dipendenze Patologiche e Cure Primarie dell ' Asul di Reggio Emilia. Fondatore del CTM, Centro Trattamento Uomini Maltrattanti di Forlì.

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Consigli di lettura:

BETSOS I. M. Uomini violenti. I partner abusanti e il loro trattamento Raffaello Cortina Editore (2009)

BONINO S. La violenza contro le donne. Le mille facce di una storia infinita.  Psicologia Contemporanea n. 239 (2013)

BOZZOLI A., MERELLI M., RUGGERINI M G. Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali d'intervento. Ediesse, Roma (2013)

DERIU M. Anche gli uomini possono cambiare. Il percorso  del centro LDV di Modena Regione Emilia Romagna, Bologna (2012)

DERIU M.gli uomini e la violenza maschile Regione Emilia Romagna, Bologna (2012)

FORNARO M. Femminicidio. Le motivazioni dell' uomo. Psicologia Contemporanea n. 243 (2014)

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